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| L'ora d'oro. Olio e tempera su tela - 2026. |
Dovrei andare al mare. Me lo ripeto ogni volta che guardo in cortile e sento il vento fresco che tira da Nord-Ovest entrare dalle grandi finestre. Vorrei andare in ferie come un impiegato, per illudermi di dimenticare tutto e rinvigorire lo spirito. O vacanze da artista, in qualche luogo insolito e bello, selvaggio, isolato e con pochissime persone, giusto quelle che mi servono per ricordarmi che esiste una società, relazioni umane fatte di formalità, abitudini, costumi, credenze condivise e preconcetti. E invece resto qui in cucina, sovrappensiero, ad ascoltare il rumore del vento che attraversa le foglie dell'albero di limone, che muove le piante di rose rinsecchite, a sentire il verso di un uccello sconosciuto e il rollìo dei pneumatici di qualche rara macchina che scivola lunga la strada. C'è anche mio fratello che nel balcone del piano di sopra appronta qualche lavoro casalingo approfittando delle vacanze. Ne approfitto anch'io, delle mie finte ferie, per fare qualche lavoretto, ma nella casa del mio spirito, qui, nella mia mente piccola o infinita, fatta di psiche o scarti di società e popoli passati. Pochi ricordi. Fino a qualche anno fa la mia mente era troppo occupata a sgusciare paranoie per registrare esperienze. Erano la fuori, pronte per essere vissute ma io non partecipavo, c'ero, ma non ero. C'ero per la mia psiche magra e bisognosa, una specie di inghiottitoio che dovevo riempire e che mai si colmava. Ma non ero per la vita, ero a metà. Sentivo a metà, come una persona che ha la pelle troppo grossa e non avverte ne caldo ne freddo, o come uno che ha disturbi dell'udito e sente soltanto le medie frequenze. Bisogna dire che la cucina è spaziosa, ricchissima di luce che entra dall'ampio cortile in cui faccio sempre vagare l'occhio, perciò è piacevole starci. E il mare è sempre lì, a mia disposizione, la disposizione di un artista s'intende, che può soddisfare ogni capriccio passeggero con la volontà di attibuirgli un significato divino e salvifico. Per ciò non mi vorrò sentire troppo in colpa se diserto la freschezza del mare e i piedi da affondare nella battigia per stare qui in cucina, a scivere qualcosa che faccia un po' di ordine o acuisca in modo stimolante il disordine che c'è nella mia mente.
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| Torre del Pozzo. Un pomeriggio. Acquerello - 2019. |
Ultimamente ho ripreso la lettura di un libro sul colore intitolato Cromorama, di Riccardo Falcinelli. Tra i vari argomenti questo valido trattato si sofferma anche sul meccanismo oculare della percezione dei colori, i quali, secondo la neuroscienza moderna non esistono al di fuori di noi ma sono una "Creazione" dell'occhio e del cervello degli esseri viventi. Voglio specificare che non si tratta di una teoria ma di un fatto provato. I colori non sarebbero ciò che vediamo, ma una modalità del vedere, ciò che a un determinato essere vivente serve vedere, infatti non tutti gli esseri viventi "Creano" il colore allo stesso modo.
Perchè il cervello degli esseri viventi ha sviluppato il colore? La risposta delle neuroscienze è sempre di tipo utilitaristico: il colore sarebbe una sorta di suddivisione dello spettro luminoso che viene trasformato a livello cerebrale in categorie tonali per creare contrasti immediatie e riconoscibili e poter meglio distinguere le cose. Già un paio d'anni fa avevo letto questo passaggio del libro che mi aveva molto colpito e, rileggendolo, mi ha sorpreso notevolmente. Il concetto che i colori non esistano nel cosidetto "Mondo esterno", mi destabilizza, lo accetto e comprendo con difficoltà. C'è qualcosa di instabile nel meccanismo neurologico della "creazione del colore", qualcosa di contradditorio rispetto a quelle che sono le nostre comuni credenze sul colore, che mi rende questa concezione deprimente e insoddisfacente.
Questo modo di intendere la visione mi pone molte domande e difficili. A mio parere c'è qualcosa che la neuroscienza non spiega o proprio non argomenta, ovvero il salto dalla vista al significato del visto, poichè a mio parere il visto è già un significato.
Suddividere in categorie tonali come fa l'occhio umano non implica già una forma rudimentale di coscienza? Se tralasciassimo l'utilitarismo evoluzionistico e provassimo a ragionare sul visto in termini di significato e "Qualia" forse potremmo avere una concezione del colore un po' più interessante e significativa della sua spiegazione fisica.
Penso che il fenomeno della vista non sia scindibile dalla coscienza e non sia spiegabile come un semplice meccanismo fisiologico, come se fossimo una macchina fotografica, perchè la scienza non può spiegare quale sia la pellicola sulla quale il visto si imprime. Credo che ci sia un collegamento tra vista e coscienza molto importante. La neurobiologia per fortuna non ha ancora catalogato il meccanismo della coscienza, e se lo farà sarà fallace o parziale.
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| Momento immaginario di un possibile futuro. Olio su tela - 2026 |
Se dovessimo dare sempre credito alla scienza meccanicistica per spiegare il mondo e la coscienza, arriveremo alla stessa conclusione del biologo britannico ottocentesco Thomas Henry Huxley secondo il quale la coscienza non è altro che un epifenomeno, ovvero "...un fenomeno secondario e accessorio che talora accompagna o segue un fenomeno primario senza apparente necessario rapporto con esso.." (Wikipedia) o "nel positivismo inglese dell’800 - erano giudicate epifenomeni - le manifestazioni spirituali considerate secondarie rispetto ai fenomeni corporei" (dizionario di Internazionale). Secondo questa concezione la coscienza altro non sarebbe che una sorta di ombra, una impronta generata da meccanismi fisiologici. Su questa scia di pensiero sembra inserirsi il noto esperimento del neurofisiologo Benjamin Libet condotto negli anni 80 del '900 che porterebbe, apparentemente, a concludere che la capacità decisionale di un individuo non dipende dal "libero arbitro" quanto da meccanismi neurologici di cui non siamo consapevoli, e ai quali obbediamo auto-illudendoci di aver preso noi la decisione. In questo filone di pensiero la coscienza e il libero arbitrio altro non sarebbero che un costrutto, una illusione che ci fa credere di essere attori pincipali mentre saremmo soltanto dei meri esecutori.
Ma credere a ciò è estremamente deprimente e squalificante dello spirito. O lo spirito esiste o è una illusione. O l'anima esiste o è uno slavato costrutto simbolico. O la coscienza è un fenomeno fisico e chimico illusorio o è una emanazione dello spirito. Non possiamo fingere che lo spirito esista esattamente come non possiamo fingere di amare. O si ama o non si ama. Come l'amore non è conformismo e finzione così lo spirito non può essere relegato a prodotto di un'immaginario culturale o religioso. Chi finge che lo spirito esiste inscenando un estetica in cui non crede, facendolo solo per convenienza narrativa, rischia l'accademia, la retorica, il conformismo, l'omologazione e la caduta nell'aberrazione, nell'insensibilità. Meglio piuttosto sostenere la sua inesistenza.
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| La mia notte. Olio su tela - 2025. |
L'artista non è uno scienziato delle narrazioni avvezzo all'uso strumentale dell'intelletto, non è un uomo di cultura, e men che meno è come un politico che usa in maniera strumentale il linguaggio, ma è più come un'alchimista pazzo, che lavora con provette, alambicchi, fiale, che sperimenta in prima persona i composti esplorando le percezioni e i sensi, e vivendo lo spazio dell'anima attivamente. Lo spirito non è una metafora nata da un passivo taglia e cuci operato sul linguaggio, lo spirito è percepito, vissuto ed espresso dalla forma. La forma senza fede non è sostanza ma bieca superficie.
In uno spazio vuoto la luce non si manifesta, ma non significa che non ci sia, e così come la luce ha bisogno di essere rifranta, lo spirito ha bisogno di una forma per manifestarsi. Ma la forma non è il contenitore dello spirito, ne è semplicemennte attraversata e pervasa. Ed è per questo motivo che la scienza non può spiegare la coscienza, che derivando dallo spirito, è mobile, dinamica e inafferrabile come il vento. La coscienza è luce che si rifrange.
Questo scritto in fin dei conti è una sorta di monito per gli artisti o gli individui che come me hanno un animo vacillante, sospeso tra la necessità di spiegazioni logiche e il desiderio di una fede nella trascendenza: concepire la coscienza come un fenomeno secondario a meccanismi fisici riduce l'essere umano a un guscio senza prospettive e significati, in balia di moralismi temporanei, facilmente condizionabile da etiche ambigue e meccanismi sociali funzionali al profitto e a conflitti tra nazioni. Per questo bisogna guardare con scrupolo e sguardo critico alle analisi della neuroscienza e sopratutto alle sue conclusioni.
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| Il mio albero. Pastelli su cartoncino grigio - 2018. |
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