sabato 6 marzo 2021

Una Domenica in paradiso (con gli extraterrestri). Tra centrali termoelettriche e vecchie torri.













La Scorsa settimana ho deciso di andare a fare un giro alla Pelosa, di cui si sente parlare così spesso, che è una località di mare che si trova nel nord Sardegna. Precisamente nella punta Nordovest dell'isola, di fronte all'isola dell'Asinara. Mi piaceva l'idea di andare in un posto così lontano, in una zona di "confine" e in una stagione dell'anno inusuale per le gite.  

Era da un po' di tempo che volevo recarmi in questa zona, in cui non ero mai stato, anche perchè l'altro luogo che volevo visitare che vi si trova è la miniera dell'Argentiera. In realtà la distanza tra la Pelosa e l'Argentiera, anche se apparentemente vicine, può essere percorsa in 40 minuti di macchina, che non sono affatto pochi, perciò in questa gita ho tralasciato l'Argentiera e ho passato il mio tempo esplorando la parte più rocciosa della località, facendo foto, gironzolando per le spiaggette e osservando le persone mentre passeggiavano sulla riva del mare, che molto bizzarramente indossavano la mascherina nonostante non vi fosse alcun tipo di affollamento. Vedere queste persone vestite di tutto punto e col volto coperto passeggiare in quell'ambiente paradisiaco e selvaggio era una visione abbastanza straniante, mi sembrava di essere atterrato su un pianeta sconosciuto invaso da strani visitatori extraterrestri che si aggiravano tra rocce e spiaggette prima di riprendere le loro astronavi e far ritorno ai loro mondi lontani. 

Per arrivare alla Pelosa si passa da Porto Torres e Fiume santo. Ci si trova perciò a fiancheggiarne l'agglomerato industriale. Si passa molto vicino a degli enormi silos affondati tra avvallamenti di terreno e campi di carciofi, e poco dopo appare la gigantesca centrale termoelettrica di Fiume Santo, che è veramente sorprendente, e mi ha decisamente affascinato: sembra una enorme base scientifica e ha un aspetto piuttosto moderno, molto diverso dall'aspetto "inquinante" delle classiche industrie. Ho cercato di avvicinarmi per fare delle foto cercando stradine laterali,  ma l'accesso in macchina non era consentito, e non avendo molto tempo a disposizione mi sono accontentato di fare qualche foto da lontano. 





Dopo un malsanissimo tentativo di disegnare dal vero la Torre della Pelosa da una postazione scomodissima (ero in mezzo a delle rocce piuttosto appuntite, seduto stortissimo e torcendo il busto e il collo, col vento che cominciava a rinfrescare) ho deciso di fare un ultimo giretto verso le spiagge e poi tornare a casa. Sulla via del rientro, poco dopo aver oltrepassato Stintino, ho visto una sorta di vecchia ciminiera in lontananza, ho pensato che potesse essere la tonnara che avevo notato sulla mappa, perciò ho deciso di avvicinarmi per visitarla. Cercando informazioni su internet avevo saputo che il complesso della tonnara è stato comprato da una impresa della Marcegaglia ed è stato trasformato in un resort che adesso si chiama per l'appunto "Le tonnare village Marcegaglia". Ho cercato di raggiungere il posto, che ovviamente era munito di sbarre e cartelli di avviso di proprietà privata etc. ma ero troppo attirato da una strana torre che si trovava proprio sulla battigia a qualche centinaio di metri di distanza, circondata dal mare, dalle acque stagnanti, da una spiaggia invasa di alghe e dalla tipica vegetazione delle zone salmastre. Il paesaggio e la posizione inusuale della torre, che era accompagnata da una costruzione mezzo diroccata, mi incuriosivano troppo, per cui ho deciso di lasciar perdere il tonnara village e provare a raggiungerla. Supongo che fosse una costruzione appartenente al complesso della tonnara. Il paesaggio era molto bello, dismesso e malinconico, il vento soffiava sulle onde invocando gli spiriti di lontane epoche mesozoiche, mentre gli spettri della lontana centrale di fiume santo echeggiavano il loro potere oscuro sul paeseggio desolato. Poco distante dalla vecchia torre vi era una piccola struttura di sapore balneare che non so se dovesse fungere da rimessa attrezzi, chiosco bar o bagno pubblico, con un pattìno parcheggiato di fronte e la modesta scritta "Molo 18". Dunque la massa degli invasori estivi arrivava fino a lì? Ho pensato chi potessero essere i frequentatori di quella spiaggia stracolma di alghe, nascosta dal fango delle saline, fatta di grossi chicchi pietrosi e pezzi di conchiglie frantumate, patelle, arselle e bocconi smangiucchiati, ho dato un ultimo sguardo alla lontana centrale di Fiume Santo, ho attraversato il ponticello sopra lo stagno e mi sono diretto verso la macchina, pensando che sarebbe stato bello ritornare, gironzolare di nuovo, perdermi nei pensieri, lasciarmi affascinare da paesaggi sconosciuti, fare foto e dipingere, o annoiarmi e basta.










Foto riprese con Canon eos 550d e Iphone SE.

martedì 5 gennaio 2021

Disegni e studi di Dicembre e Novembre.




Dopo la pioggia, Sa Rodìa. (penne e pennarello su carta da zucchero. Soggetto realizzato in più giorni di lavoro)


Questo mese di Dicembre ho dedicato diverse sessioni allo studio di soggetti dal vivo da portare a termine in tempi brevi (un'ora e mezza al massimo) e da realizzare in bianco e nero, che è uno stile che mi piace molto. Difatti, solitamente quando esco a disegnare rimango di fronte al soggetto per tutto il pomeriggio o la mattina, vale a dire per almeno tre ore o più, e mollo la presa solamente quando la luce è drasticamente cambiata. Proprio per questo motivo e perchè, avendo iniziato a lavorare full time nel mio ordinario lavoro, non avendo molto tempo a disposizione, ho deciso di dedicarmi a lavori della durata massima di un'ora - un'ora e un quarto circa. L'idea non era tanto quella di fare uno schizzo, ma di approcciarmi al lavoro con la convinzione di finirlo in tutto e per tutto dopo quell'ora, ovvero cercare di creare una sintesi e rendere l'impressione migliore possibile del soggetto scelto. 


Dopo la pioggia. I cipressi del cimitero (soggetto realizzato dal vivo e terminato in studio)


Per me che sono abituato a iniziare un lavoro senza sapere quanto tempo ci metterò ( solitamente si tratta di giorni ) questo approccio risulta piuttosto difficoltoso e ostico. Solitamente quando inizio uno studio con l'idea di finirlo entro breve va sempre a finire che ci metto comunque dei giorni a terminarlo, perciò quello che inizia come "schizzo" diventa poi un lavoro a tutti gli effetti. Questa volta però, complici anche le tempistiche in cui ero costretto, sono riuscito a fare diversi studi in breve tempo. Il risultato non sempre è soddisfacente, ed in ogni caso gli schizzi lasciano sempre un po' di "sporcizia" nella loro superficie, tuttavia questo approccio, che ritengo più appropriato definire col nome di "studi" più che schizzi, ha una grande componente istruttiva, soprattutto perchè permette di uscire dal proprio "schema di lavoro" dando l'opportunità di scoprire cose nuove sul proprio segno.


Il fungo di Sa Rodìa (studio pleinair, tempo di esecuzione un'ora e un quarto circa).

Per esempio, le canne di questo studio sono venute bene, le ho realizzate con una brush pen a inchiostro
su carta semi-ruvida.




Città Giardino vista dal parcheggio (studio pleinair, tempo di esecuzione un'ora e un quarto, circa).

Solitamente per rendere le chiome degli alberi e l'erba utilizzo una serie di tratteggi realizzati con penne di varia misura, ma, date le tempistiche che mi ero dato, per questo soggetto ho optato per un più veloce tratteggio continuo piuttosto nervoso e disturbato, che tuttavia rivela una buona coerenza e carattere espressivo che mi ha lasciato abbastanza soddisfatto, sia nel piacere dell'esecuzione che nel risultato estetico.

 










Altri cinque studi, tutti pleinair. C'è anche l'immancabile sarda perlite realizzata su un pezzo di carta di fortuna. A fine Novembre era ancora piuttosto caldo e in spiaggia, da dove ho ripreso la SP, si stava benissimo.




Chiudo questa rassegna con l'ultimo pleinair, che ritrae uno dei palazzi più grossi che abbiamo ad Oristano, e che mi pare anche un bel palazzo, dinamico, movimentato, ben progettato. 
Realizzato solo con pennarello grigio, in circa un'ora e mezza di tempo, pur rappresentando una struttura geometrica fissa, mi pare di essere riuscito ad esprimere un bel segno e il bel gioco vivo di luce/ombra autunnale. Era una bella giornata di sole e una volta terminate le ombre primarie col  pennarello ho deciso di lasciare così il lavoro perchè sentivo che se avessi usato delle penne nere avrei corso il rischio di appesantire il disegno, tanto più che tutto il palazzo è verniciato di un leggero color terra/ocra. Inoltre era tardi e il sole si avviava al tramonto, perciò lo studio era necessariamente concluso. Se avessi avute delle penne al feltro colorate (avevo lasciato l'astuccio a casa) avrei rivitalizzato il punto del palazzo in cui erano stesi un po' di abiti colorati.
Non escluderei del tutto l'ipotesi di realizzare in futuro un bel dipinto a olio, a colori, di questo stesso soggetto.

Buon anno a tutti. 






sabato 19 settembre 2020

Due parole su come ho reagito ( a come hanno reagito le persone ) alla pandemia.

Qualche tempo fa ho scritto un post prendendo come spunto il caso Bocelli. Avevo scritto che anch'io mi ero sentito umiliato e offeso. Dopo le reazioni che ho suscitato (ovvero come se avessi bestemmiato nudo dentro la chiesa di San Pietro ) ho però cominciato a domandarmi se davvero mi fossi sentito così quando il Lockdown è stato emanato. A volte è difficile dare un nome a ciò che si prova, e in casi eccezionali come questo lo è molto di più e una parola spesso non basta e nemmeno una chiacchierata e forse nemmeno un giorno di terapia. Perciò sarebbe bello se potessi parlare serenamente di questo e sopratutto senza tendere a schierarmi da nessuna parte o voler confermare tesi, difendere approcci, o cercare conferme, ma se lo faccio è perchè è un fatto umano e anche utile alla società e a noi stessi. Perciò, siccome persino il Lockdown non è stato come una bomba esplosa da un momento all'altro, allo stesso modo i miei umori verso pandemia, quarantena, dispositivi e norme di comportamento etc. hanno seguito l'andamento della pandemia e dei vari decreti emanati. Perciò voglio adesso qui provare a riassumere come ho vissuto un po' tutto quell'arco di tempo.
All'inizio, quando si parlava del Covid ero scettico sulla sua gravità, e mi sorprendeva vedere come tutti seguivano la cosa e cominciavano ad allarmarsi e prospettare scenari che mi sembravano assurdi. Poi sono finito pure io in una specie di autoquarantena perchè un mio amico era stato male e avevamo avuto contatti e allora finalmente mi sentivo parte di quello che stava succedendo, mi hanno pure portato la spesa in casa, come si faceva a Milano o Bergamo, cioè eravamo dei casi da tenere sott'occhio, roba serissima.
Poi ci sono state le prime chiusure e quindi il lockdown e tutte le limitazioni e pensavo che fosse strano che i supermercati non chiudessero il sabato e la Domenica. Ero tranquillo anche se sempre scettico e non capivo la paura e l'allarme. Mi costruivo delle cretinissime mascherine con la carta da forno e pensavo "ma perchè cazzo queste mascherine non le fanno indossare a tutti?" Difatti, poichè le mascherine non erano obbligatorie e manco se ne parlava granchè nonostante il virus fosse ormai diffuso, sviluppai l'idea che le mascherine contribuiscono sì a non diffondere il virus, ma fino a pagina 2, per motivi che non starò qui ad approfondire. E tutt'ora lo penso. Perciò quando i vari sindaci che non sapevano che pesci pigliare, dopo due mesi che si parlava di questa benedetta pandemia, si sono svegliati cominciando a emanare leggi sull'utilizzo delle mascherine, la cosa mi ha preso male e la mia impressione fu che l'obbligo di mascherina non fosse altro che un surplus normativo deciso dai politici solo per far vedere che stavano facendo qualcosa per i cittadini. Ad ogni modo, per il famoso, adorato e quasi dogmatico principio di precauzione, le uso come le usano tutti, anche con una certa gratificazione, tutto sommato. Poi, e qui arriva il bello, il Lockdown è diventato sempre più serrato: chiusura di parchetti, chiusura delle sezioni di cartolibrerie e scolastica, varecchina per strada, mascherine all'aperto guanti etc. Queste notizie mi prendevano molto male. Poi la botta: non si può uscire di casa se non entro i 200 metri. E lì mi sono girato di coglioni. Ma molto, e ora lo posso dire, e quindi correggere il tiro rispetto a quanto ho boccellianamente detto, che mi sentii, tra i vari e contrastanti sentimenti, anche sopraffatto e impotente. Non ero più quello che si faceva le mascherine, era quello che doveva stare in casa. E tutte le menate sulla solidarietà, sul prendersi cura dell'altro, sulla paura dei cittadini, per me erano e sono menate televisive. Tutto questo lo faccio perchè sono un buon cittadino, non una brava persona. Beh si, forse sono anche una brava persona in fondo, ma...a questo punto sorge una domanda filosofico-antropologica: dove inizia la persona e dove comincia il cittadino? Mamma mia... questa è una bomba di domanda eh... quindi ora potrei dedurre di me stesso che sono uno stronzo insensibile, ma sono un buon cittadino. Ai posteri l'ardua sentenza. Ma ritorniamo al sentimento di sopraffazione, a quei duecento metri che dovevano essere il nostro spazio vitale. Io, che vivevo in un paesino di 1000 abitanti e che avevo la campagna a 200 metri, dove, anche quando non esisteva il coronavirus, non c'era anima viva per le strade, adesso non potevo uscire e farmi i SACROSANTI CAZZI MIEI.
A tutt'oggi, tutte le risposte che mi si danno a motivazione di questa disposizione e il fatto che fosse una cosa temporanea continuano a lasciarmi perplesso su quale ruolo e in quale tipo di gratificazione debba soddisfarsi un cittadino obbligatoriamente confinato nei duecento metri adiacenti la sua casa. Dopo questa misura restrittiva ho cominciato più seriamente a interrogarmi sulla libertà e se lo stato è in grado di privartene, se ce ne abbiamo una e dove la nascondiamo e come dovrei farne uso. Credo che le risposte a questo siano molteplici e mai definitive o completamente soddisfacenti. E' bello parlare di libertà quando lo stato te la garantisce, ma quando lo stato decide di usarla in virtù del fatto che te la garantisce, parlarne non fa più tanto piacere ma diventa una roba molto seria, per questo motivo, qualcuno preferisce concepirla come un illusione o come un condizionamento e circoscriverla unicamente al campo spirituale. Credo che la libertà abbia a che fare coi sentimenti e con la responsabilità individuale, oltre che con le leggi dello stato. Con me non funziona la frase spirituale "Tu sei libero se lo vuoi". Con me funziona la frase: "tu stai male e molto". Mi rende più libero. Tornando al lockdown : quando le misure si sono allentate ovvero quando si è ripreso a poter uscire oltre i 200 metri, anche se non si poteva andare negli altri comuni a fare la spesa, allora mi sono tranquillizzato di nuovo. Ma il malessere mi sorgeva e mi sorge tutte le volte che guardavo telegiornali o scrollavo FB e sentivo gente esortare"gli stolti" a usare le mascherine quando non a offonderli. Ovvero 20 ore su 24. Ecco questo in sostanza è quello che ho provato. Ora mi sento meglio, mi sento più confuso di prima, dunque sto bene.



martedì 28 luglio 2020

Libertà e disagio da pandemia.



Edouard Levè, serie "Quotidien".


Anch'io mi sono sentito umiliato e offeso da alcune misure contenute nel Lockdown emanato dal governo per contrastare il diffondersi del virus. E anche dall'atteggiamento di buona parte dei cittadini. Non solo; mi sono sentito impotente, completamente inutile e anche un po' idiota, e a volte mi sono sentito anche un privilegiato. Ma anche un po' come uno che si nasconde in attesa che...boh. Certo non sarei mai andato a dirlo ad un convegno di negazionisti organizzato da Sgarbi.
E' dura la vita di noi che ci sentiamo umiliati ma non troviamo nessuno di convincente a confermarci che viviamo in un sistema totalitario e che propaganda, conformismo e paura hanno preso il posto dell'informazione e dei normali scambi umani. Perchè puoi anche avere quell'impressione, suscitata ogni giorno dalla visione di TG, stampa, contatti FB, amici che la pensano in un certo modo o amici che non la pensano affatto,  parenti o amici pronti a condannare, offendere e giudicare severamente o peggio esprimere rabbia  e frustrazione verso chi "non segue le disposizioni". Ma, se quelle impressioni non sono confermate, o condivise, restano appunto quello che sono: impressioni, che sono comunque parte della tua personalità, e vanno coltivate, espresse, rispettate.


Edouard Levè, serie "Pornographie"


E' dura la vita di noi che ogni giorno non riusciamo a rinunciare a uno scroll su FB e assistiamo a cascate di bempensantismo umanitario, moralismo regressista, realismo orwelliano e solidarietà fondamentalista.
Si dirà, come ho detto, che è solo una impressione personale. Si tireranno fuori numeri, statistiche, studi scientifici. Si dirà che le informazioni ci sono, si dirà che i media sono sì corrotti, ma che lo sono da sempre, che è la fisiologica corruzione dei media e che nel complesso esprimono un sostanziale equilibrio democratico. Si dirà che i morti ci sono, si dirà che i contagi ci sono anche se la carica virale è bassa e allora si evocheranno Bergamo, Milano, le sirene, l'esercito con le bare. Si dirà che Orwell ci ha fatto male, che abbiamo letto troppi romanzi distopici, che stiamo travisando tutti gli insegnamenti che fin qui abbiamo tratto dai libri e dalla tradizione democratica, che mettere in gioco la libertà in una condizione come questa è fuorviante e fuoriluogo, esagerato. Si dirà, in sostanza, che bisogna avere pazienza.


Edouard Levè, serie "Pornographie".


Quanto è dura la vita di noi persone impressionabili e un po' egoiste che pensiamo troppo semplicemente al concetto di Libertà e democrazia. Che sembrano essere diventati più dei concetti che dei valori: ognuno, grazie anche ai social è libero di esprimere la propria opinione. Passiamo più tempo a esprimere opinioni che a esprimere libertà. L'opinione è sopravvalutata. Credevo che un valore desse maggiori certezze, o quanto meno delle basi. Sembra che non sia così. Sembra che la libertà sia troppo poco importante per essere motivo di disagio.
Dunque che importa se mi devo mettere la mascherina o devo stare chiuso in casa? Che importa se ho paura di abbracciare quella tal persona o se quella persona ha paura di abbracciare me? Che importa se devo mantenere la distanza di un metro da chiunque? Che importa se oltre a essere considerato un consumatore sono considerato anche un portatore di malattie? Finchè posso beatamente esprimere tutto ciò che penso attraverso i social comodamente seduto nella panchina di un centro commerciale climatizzato, o nelle chat su WAzzap, nei ritrovi su Zoom, che importa? Si dirà che è solo un condizionamento, un'abitudine come un'altra, che tutto questo è per il bene del prossimo, per il bene dei tuoi cari, dei tuoi amici, dell'anziano 80 enne, e che per il proprio bene c'è sempre spazio, ma da qualche altra parte.


Edouard Levè, serie "Reconstitutions".


Edouard Levè, serie "Reconstitutions-Reves reconstitués"


Quanto è dura la vita di noi a cui piacerebbe avere la conferma che questa è una dittatura tecnomedicalizzata, che la libertà non è più un valore fondamentale, che l'umanità stessa è degradata a sentimenti di controllo che opprimono la libertà personale, e che ora tutto questo, a causa dell'emergenza, è pericolosamente incoraggiato quando non obbligato dalle istituzioni. Si dirà che ognuno è padrone della propria umanità, si dirà che qualche norma di comportamento non pregiudica i sentimenti umani, si dirà che qualche cambio di abitudine non ci precipita negli abissi del totalitarismo.
Forse so cosa è la libertà. Forse. Non fingo di conoscerla. A parte l'amore profondo e la bellezza, che ritengo la base di qualunque cosa, si può essere liberi in qualunque condizione, a patto che ci si assuma la responsabilità di rispettare i propri sentimenti, e di conseguenza quelli degli altri, non per essere dei buoni cittadini, per benpensare o cercare qualche forma di integrazione, ma per poterli esprimere partecipando con pienezza e senza soggezione alle esperienze che la vita ci porta. Anche con carattere contestativo, dissidente o utopico, tutti atteggiamenti che sembrano così essere "fuori moda" oramai, ma che, oltre a rappresentare una parte importante dell'attitudine psichica, potrebbero tornare ad essere parte importante nei meccanismi di ripresa culturale e democratica di un paese.

mercoledì 29 aprile 2020

Fattorie e cieli.





Questo dipinto l'ho realizzato lo scorso anno in occasione della mostra organizzata a Villanova Truschedu. C'è poco da dire, è venuto piuttosto bene. E le aziende agricole sono un mondo interessante da esplorare perchè sono un miscuglio tra natura, meccanica, ordine e caos. Galline, maiali, cavalli, cani, gatti pecore, capre, vacche, odori rumori e tutto ciò che si muove in questo mondo lì lo puoi trovare. Quindi per un certo periodo ero interessato a trovare soggetti di questo tipo ma il problema è che devi avere il permesso di entrare, e siccome io quando cerco un soggetto mi prendo parecchio tempo e rimango due ore a gironzolare osservandomi attorno, curiosando, facendo foto, e magari a volte non trovo neppure il soggetto e dunque non dipingo, allora sono in imbarazzo prima di decidermi a chiedere di poter entrare in una fattoria perchè penso che mi guardano stortissimo. Ad ogni modo quella volta tra Villanova e Ollastra, nelle due aziende che mi hanno ospitato sono stati molto gentili e non mi hanno guardato storto. Rimane sempre un po' di timidezza lo stesso.




In questi giorni a causa della quarantena ho dovuto dare un taglio al mio desiderio "psicogeografico" di esplorazione dei luoghi e mi sono concentrato su un soggetto che ormai da tempo stava attirando il mio sguardo: il cielo. Il Cielo è fantastico. Ne ho già parlato se non sbaglio, ma ne parlo di nuovo.
Poichè la pittura ad acquerello comporta una serie di sorprese ed effetti (quasi) incontrollabili, e poichè volevo in qualche modo padroneggiare la concretezza del colore per rendere la sensazione di spazialità e vastità trasmesse dal cielo, già da tempo avevo intenzione di provare ad utilizzare i colori ad olio. Cosa che sto facendo. La pittura ad olio è molto diversa da quella ad acquerello. Per iniziare ho comunque fatto alcune prove dal vero cercando di terminare il lavoro entro due-tre ore. Adesso sto provando a fare una prima mano, attendere una settimana che il colore si asciughi e continuare con una seconda mano cominciando a dare carattere al lavoro, per poi eventualmente riprendere con passaggi o ritocchi successivi. Sono ancora in work in progress, quindi questa metodologia è ancora tutta da esplorare e rivedere, ma più o meno, adesso lavoro in questa maniera.






Non potendo uscire per comprare tele, avevo una sola grande tela che ho suddiviso
i cinque parti, per esercitarmi su dimensioni ridotte, nelle quali mi trovo maggiormente a mio agio.
Il lavoro non è ancora terminato, come potete vedere.

Grazie all'olio inoltre si può cominciare a percepire come anche la tela e la pasta cromatica abbiano da parlare. Questa per me è una grande scoperta. Bisogna anzi trovare il modo che la tela e la pasta parlino insieme a te, e certe volte dicono più loro di te. Non posso però dire che sia solo la tela a parlare: perchè se è vero che senza lei non esisterebbe il miracolo della pittura, sono io che decido che pennello usare, che tela usare, e per quanto tempo devo lavorare, ecco perchè mi piace dire che io comunico alla tela e lei comunica con me per dire qualcosa a tutti, per scoprire qualcosa. Questo è un percorso lungo e non bisogna avere fretta. E' bello scoprire cosa la tela voglia dirmi in due ore, ma è altrettanto bello, con calma e pazienza vedere se la tela mi può parlare anche nei giorni successivi, scoprire se posso dirle qualcosa, e a volte questo sembra davvero difficile, a volte sembra terminato, altre volte si scopre che il fascino di un lavoro deve ancora essere scoperto. I cieli in particolare sono estremamente difficili perchè hanno minime varianti cromatiche e la loro grandiosità, la vastità che comunicano è difficile da riportare.
Sono combattuto tra lavori di lunga durata e lavori brevi, ma credo che in fondo i due approcci si compenetrino. Sicuramente per i lavori di lunga durata, ai quali mi ero disabituato, essendo che lavorarvo prevalentemente dal vivo, ci vuole pazienza e costanza e una certa disciplina. E pocihè mi sto in qualche modo abituando o comunque approcciando al lavoro "in live", all'improvvisazione, al flusso (anche in scrittura per esempio), i lavori di lunga durata li trovo più faticosi ultimamente. Beh. Questo è quanto.
Grazie dell'attenzione.

martedì 14 aprile 2020

L'osservatore silenzioso. Autopsia per una resurrezione.







Questa è la testa di un vecchio manichino che mio padre, per un certo periodo, utilizzò come spaventapasseri nel suo oliveto. O almeno, credo che volesse utilizzarla per quel motivo perchè, per diversi anni, la testa è rimasta in bella vista sinistramente conficcata all'estremità di un grosso palo che stava in un un punto dell'orto completamente incolto e colmo di imbarazzi e strumenti per l'agricoltura. La testa è così rimasta per anni in quel punto esposta alle intemperie, al freddo, al caldo, alla pioggia, al sole, all'umidità e a tutto quello che vi può venire in mente. 
Io di tanto in tanto andavo all'oliveto per raccogliere le olive, per suonare con gli amici, per fare provvista di legna, raccogliere aranci o per fare cene, e la testa stava sempre lì, ed ogni volta che andavo la trovavo un po' cambiata a causa delle suddette intemperie, ed ero sempre affascinato dalla sua strana staticità, quella espressione neutra e rilassata, e gli facevo delle foto. 

Adesso mio padre ha venduto l'oliveto, e prima che questo passasse ai nuovi proprietari ho deciso di prendermi questa testa che tante volte si era offerta al mio sguardo, tante volte mostrava i suoi cambiamenti, e quasi mi faceva compagna osservando in silenzio ciò che accadeva intorno a lei, incurante del tempo e dei cambiamenti che porta con se, registrandoli sulla sua superficie screpolata e abrasa. 
Adesso la testa è nel mio salotto, ma sto pensando di metterla in cortile per lasciare che il tempo le offra i suoi segni e lei li accolga con la sua instancabile immobilità.
Prima di questa pandemia stavo studiando un video per lei, un video con tutti i crismi da registrare con tre videocamere e con l'aiuto di diversi amici. Il video lo riprenderò appena sarà possibile, ma intanto l'altro giorno ho passato un pomeriggio a fargli delle foto, senza l'utilizzo d filtri e senza fare alcun editing con Photoshop. Queste sono quelle che reputo migliori.




























































mercoledì 1 aprile 2020

Noia, spleen, ozio e creatività.


Chi mi ha seguito su Facebook durante il periodo della mia ultima mostra, Closed out, saprà che nutro una certa curiosità per l'ozio, la noia e lo spleen. Non ho mai letto libri o  saggi di filosofia che ne parlino, ma faccio di meglio: lo uso. Si, uso l'ozio e la noia. Inoltre desidero parlarne perchè ritengo che nella nostra epoca tecnologizzata, la noia abbia subìto un drastico calo di valore e venga rifuggita.
Allora mi domando cosa accomuna l'ozio, la noia e lo spleen? Eppure sono tre cose diverse, diverse ma vicine. Di sicuro si può dire che tra le tre, l'ozio viene scelto, mentre è più difficile ritenere che uno scelga di annoiarsi o di sprofondare nello spleen. L' ozio inoltre può essere considerato una attività, mentre la noia e lo spleen sono condizioni emotive. Non è escluso però, che chi scelga l'ozio, anzichè trovarsi in una sorta di leggero benessere, cada negli "inferi" dello spleen. Ma è davvero infernale questo spleen?



Sembra che la noia sia quella comunemente ritenuta più fastidiosa, quella a cui si dovrebbe sfuggire, quella in cui solo gli ignoranti o i "nullafacenti" dovrebbero cascare, perchè "una persona intelligente, trova sempre qualcosa da fare". Ma la noia è semplicemente questo? Cominciamo ad esaminarla per avvicinarci ad essa con un esempio banale: la sala d'attesa dal dottore. Quello è il luogo dove tutti impariamo l'esperienza della noia, ma già qui abbiamo un elemento che rende questo tipo di noia diversa da un normale pomeriggio noioso: dal dottore non mi posso muovere, devo stare seduto, sono in pubblico e quindi sono portato  ad assumere un certo atteggiamento, mi trovo dunque in una sorta di "costrizione temporanea"; perciò la noia che si prova dal dottore è decisamente diversa dalla noia che si può provare, che so, in un pomeriggio domenicale.
Il pomeriggio domenicale invece ci può in qualche modo aiutare ad avvicinarci all'esperienza dello spleen. Poichè la differenza tra la noia dal dottore e la noia di un pomeriggio domenicale è data dal fatto che dal dottore sono "costretto" ad annoiarmi, mentre la domenica a casa mia, ho tutte le opportunità per tenermi occupato o incuriosirmi a qualcosa, e invece ciò non accade. Significa che sono proprio "io" (prendiamoci con le pinze) che vado verso la noia e allora non mi posso nemmeno lamentare di non avere cose da fare, non posso giustificarmi con le circostanze, sono proprio circondato da una specie di vuoto. Quindi ecco che la differenza tra noia e spleen ci può apparire come se la noia fosse una condizione nella quale ci troviamo nostro malgrado, causata da elementi esterni alla nostra volontà, mentre lo spleen è qualcosa che viene direttamente dalla nostra interiorità. Si potrebbe dunque dire che noia e spleen sono due condizioni simili ma hanno origini diverse. Il fatto di poter attribuire a cause esterne una nostra modalità emotiva, ci permette in qualche modo di "disconoscerla" e attendere che passi, magari con motti di fastidio e inquietudine e pensieri di quello che farai dopo (uscito dalla sala d'aspetto) e di quello che avresti potuto fare se non ti dovessi sorbire quelle due ore di attesa.



Questa inquietudine, questo fastidio, questo desiderio d'altro che sembrerebbero essere presenti nella noia è ciò che la rendono diversa dallo spleen. Lo spleen è una condizione di confine, in cui si avverte l'insignificanza delle cose, e nemmeno si ha voglia di dargli un significato, ci si lascia andare in qualche modo a questa perdita di valore, senza speranza e senza appetito. Sembrerebbe, detto così, uno stato depressivo, e forse lo è. Ma mentre lo stato depressivo è permanente, lo spleen si svolge nell'arco di un pomeriggio, o al limite qualche giorno, è dunque transitorio. A questo punto perchè non dire che lo spleen è semplicemente tristezza o malinconia? La tristezza viene dagli affetti, o da qualcosa che ci è "andato storto", quindi ha in qualche modo un origine personale. E' però vero che una condizione di tristezza può degenerare a spleen e questo non è raro che capiti. Ma dove sta dunque questa differenza? La tristezza è anche una presa di consapevolezza di qualcosa che è accaduto nella mia vita, un fatto lavorativo, un fatto relazionale, un amico che ci addolora, una persona che ci delude. La tristezza dipende in qualche modo dalle nostre aspettative e dai nostri bisogni intimi, e può essere ricondotta a una serie di cause e avvenimenti che ci rappresentano e che ci hanno coinvolti. Mentre lo spleen sembra non avere alcuna motivazione e scopo, la sua origine appare più oscura ed esistenziale. Lo spleen non cerca bisogni, e non ha mancanze di alcun tipo, nostalgìe o ricordi. E' piuttosto come una specie di tabula rasa. L'insignificanza che è la sua maggiore peculiarità è anche ciò che lo rende transitorio, poichè è quasi impossibile non percepire il valore delle cose per più di un certo tot di tempo. Quando arrivi allo spleen stai già risalendo, è un po' come il fondo del mare, quando provi a immergerti per toccarlo trattenendo il respiro più che puoi: una volta che sei arrivato a toccare la sabbia devi risalire, non c'è molto altro da fare, e pur volendo restare non puoi, poichè a cosa ti aggrappi e a che scopo? la pressione dell'acqua ti riporterà essa stessa verso l'alto. Eppure quante volte ti sei immerso per andare sott'acqua, prendere la sabbia e nuotare trattenendo il respiro?
Lo spleen è dunque una condizione emotiva più insondabile della noia e dificile da decifrare o esprimere. Rimane sempre misteriosa, inquietante e pericolosa, eppure ha un oscuro fascino che ci porta a chiederci in che modo ci arricchisce, che cosa ci offre.


Ma voglio dunque continuare ad osservare la differenza tra noia e spleen? Continuare ad esaminare le peculiarità delle due, per poter poi finalmente comprendere quale delle due è più auspicabile per l'animo umano, quale delle due ha più potere creativo? Quale maggiormente ci arrichisce e nutre o quale delle due ci permette di "aprire la nostra mente"? Not now nor ever. Ciò che è misterioso è più forte di noi e non necessita spiegazioni utilitaristiche. Come se l'una fosse migliore dell'altra o più utile, più necessaria. Come se la creatività avesse un unico luogo d'origine, come se volessi facilitarmi la vita conoscendo finalmente l'origine di tutti gli atti creativi: come uno scienziato pazzo che vuole toccare l'invisibile.
Voglio chiedermi piuttosto se lo spleen è qualcosa che cerco o è qualcosa che accade in me? Questo si. E la risposta forse non arriverà mai.
Grazie della lettura.