mercoledì 23 giugno 2021

My favorite head: opere a carboncino.





Avrei voluto postare questi ultimi lavori con più tranquillità e serenità, ma, aimè, come accennato nell'ultimo post sono ancora sottomesso" al desiderio di questo mal di schiena/anca/inguine di tenermi  bloccato tra il letto e il tapettino degli esercizi. Anche stare seduto mi duole, oltre affaticare e irrigidire i muscoli perciò non sto affatto disegnando e dipingendo da più di un mese ormai, e quando mi siedo, devo dosare bene i tempi e fare attenzione a quanto mi sto sforzando. Uno strazio di cui in questo momento non ho tanta voglia di parlare, visto che ovviamente ne parlo spesso con tutti. 

Inizio subito dicendo che di alcuni disegni posterò solo dettagli, perchè  mi piacciono talmente tanto che mi dispiace mostrarli per intero e voglio che si possano vedere integralmente soltanto quando farò la mostra, che ritengo l'occasione migliore e più adeguata per godere di un lavoro artistico.

Sono opere a carboncino che ritraggono una testa di manichino usurata dal tempo e dagli agenti atmosferici. Di questa testa ho parlato già un paio di volte nei post precedenti. 







Prima di disegnarla a carboncino avevo tentato già un paio di volte di ritrarla, prima con i colori acrilici, poi con l'olio, e poi con l'acquerello. Ma questi tentativi mi lasciavano sempre un senso di frustrazione perchè non riuscivo assolutamente a catturare quell'alone dirty/noise, quel senso di usura e lo strano carattere dello "sguardo". 

Ovviamente come molti manichini anche questo è privo di occhi, quindi lo "sguardo" di cui parlo non è altro che quella sensazione che il manichino trasmette quando lo guardi proprio a causa di questa mancanza. 

Ma le caratteristiche che mi attraggono di questa testa sono diverse: tutte le ferite che il tempo ha suscitato in essa: graffi, tagli, bolle, sporcizia cicatrizzata sulla superficie di quella che sembra essere diventata quasi un pelle umana.

Più passa il tempo e più questa testa assume sembianze tanto umane quanto inquietanti. Ogni lavoro si sofferma su aspetti differenti, da prospettive diverse e diversa illuminazione. In alcuni mi sono maggiormente soffermato sulla superficie "dermatosa", in altri sulle lacerazioni purulente, sul profilo col naso tumefatto o sul capo completamente usurato e incendiato dal sole.







C'è una frase che ho scritto sul mio book virtuale che mi piace molto: 

"Concepisco l’opera anche come una forma di introspezione, e come uno psicologo malato che emana uno strano fascino e ti pone di fronte alle tue stesse rivelazioni, la pittura cerca di offrirvi la chiave di un accesso impossibile..."

La cito qui perchè ciò è ancor più vero per questa serie di lavori che ho realizzato come un chirurgo pazzo che cerchi di sezionare un cervello umano esaminandolo con attenzione maniacale illudendosi di trovarvi chissà quale segreto.


Disegno a matita.




sabato 29 maggio 2021

Riflessioni sull'arte.



Queste ultime settimane sono state molto intense, per diversi motivi. Avrei tante cose da scrivere e da approfondire. Cercherò di essere chiaro e profondo, cercando di contenere divagazioni proto-paranoiche e prolassi linguistici. 

Soprattutto l'ultima settimana è stata la più intensa di tutte: sono dovuto stare fermo a letto a causa di una fortissima infiammazione alla schiena e precisamente al muscolo Ileopsoas, che è il muscolo che comanda gambe e schiena, uno dei più importanti e forti del corpo umano. Ovviamente la diagnosi della mia dottoressa è stata quella di una infiammazione, perciò ho curato (finisco oggi) con antinfiammatori, cortisone, Tachipirina, Gastroprotettore e persino un lassativo. Ero molto preoccupato perchè dolori così intensi e una degenza così lunga non l'avevo mai provata. Ti ritrovi distrutto, come un'ottantenne arreso al proprio corpo, e come un'ottantenne ti muovi e scansioni la tua giornata, tra bagno e letto. Ho ascoltato tantissimo il mio corpo, prima i dolori e le fitte per cercare di evitarli il più possibile, poi dopo la fase acuta ho scansionato le contratture, le rigidità, le dolenze nei vari punti, aiutato dalla possibilità di individuare il dolore anche a livello razionale creando una specie di mappa mentale grazie ai tanti articoli a disposizione su internet che permettono di orientarsi sui punti "caldi" del proprio corpo e averne perciò una concezione più attenta e precisa.

Dopo la malattia arriva la fase riabilitativa - anche se in realtà le due fasi si compenetrano e si mischiano -  e a quel punto il corpo lo ascolti non per stare attento a non farti venire i dolori, ma per cercare le rigidità e cercare di, oserei dire, comprenderle, permettere che esistano e, forse, provare a scioglierle ridandogli a poco a poco esercizio e mobilità. E' un percorso lento, ma a un certo punto ho pure pensato che una persona, in questi casi di infiammazione muscolare potrebbe persino guarire anche solo dando un profondo ascolto ai muscoli, muovendoli con cura e attenzione, quasi "parlandogli" per cercare di sciogliere quella rigidità in cui si sono andati a chiudere. Di sicuro la riabilitazione parte da se stessi e non solo dai medicinali. Credo di avere somatizzato una specie di esaurimento mentale. Ad ogni modo, ancora non ne sono uscito del tutto, al momento sono ancora convalescente e la situazione è da tenere sotto osservazione, tanto è vero che Lunedì prossimo dovrò fare una ecografia.

 


Durante questa degenza ho potuto approfondire e in parte sperimentare in prima persona i significati e le emozioni provate da Oliver Sacks e raccolti nel suo interessante saggio/racconto "Su una gamba sola", che racconta la storia vissuta dallo stesso Sacks, medico neurologo Inglese, che a causa di un incidente in montagna perse l'uso di una gamba per un certo periodo e fu costretto a letto, senza sapere se mai ne avrebbe recuperato l'uso. Il mio caso è ben diverso, non così grave e traumatico, ma in qualche modo ho potuto cogliere al meglio ciò che Sacks esprime nel suo libro, gli stati d'animo e le riflessioni che quella grave esperienza gli ha suscitato. Il libro è ottimamente ben scritto, istruttivo e ricco di sottile umorismo, e perciò consiglio a tutti di leggerlo.

Un secondo e importante libro che ho potuto apprezzare in questa settimana di degenza e sul quale vorrei soffermarmi per trarne qualche riflessione è stato "Contro l'impegno", un saggio scritto da Walter Siti e uscito in libreria proprio in questi giorni. In realtà devo ancora finire di leggerlo, ma ciò che ho letto fin qui mi spinge a consigliare di leggerlo a tutti gli scrittori, artisti, persone creative o in generale coloro che sono attenti alle dinamiche culturali  e alle spinte intrusive dell'establishment della propria epoca. 




ESTABLISHMENT.

Di fronte al trend contemporaneo che predilige l'utilizzo di parole sempre nuove, accattivanti, inglesizzanti o inusuali, l'utilizzo di questa parola sembrerebbe inadatto e nemmeno piacevolmente vintage. Eppure io penso che l' establishment, seppure non sia quello degli anni sessanta-settanta, non sia oppressivo e censorio come quello dell'epoca fascista, non sia direttamente pagato dal ministro della propaganda, sia comunque attualmente operativo, a livello inconscio e con dinamiche frammentate ma riconoscibili anche se non "fotografate" e proprio per questo motivo bisogna, a mio parere, fare molta attenzione e esaminare le correnti che lo portano a galla e rivelano la sua presenza e il suo operato nel tessuto culturale moderno, per quanto "liquido" esso possa apparirci. E a proposito di società liquida, è proprio sulla superficie che si addensa la melma. Dico questo perchè credo che l'animo umano sia costituito da emozioni e sentimenti, e che la cultura non sia altro che uno strumento attraverso il quale esprimerli, perciò tutte le persone e soprattutto gli artisti dovrebbero trovare la massima emancipazione da tutte le spinte culturali nelle quali siamo immersi, prima di tutto per conoscere meglio se stessi al netto dell'inquinamento culturale che ci sospinge, per evitare di esserne sommersi e nuotare o veleggiare nei flutti con più agio e consapevolezza, in modo da poter poi immergerci con più tranquillità nelle profondità delle emozioni che andiamo a esplorare con la nostra arte, con l'unico vascello a disposizione che abbiamo, che è quello del nostro spirito, e più lo spirito è puro, libero dai sovraccarichi culturali che tutte le epoche tendono a scaricare sull'animo umano, più possiamo vivere con pienezza la vita ed esprimerla nella nostra arte senza la pesantezza del senso del dovere sociale con cui ci si vuole o ci si lascia imbrigliare. 

E' bello scrollarsi di dosso tutte le incrostazioni che la società cerca di lasciare in noi. Preferisco i graffi e le ferite alle incrostazioni e alla polvere della cultura. Soprattutto in questo periodo neopuritano, ossessionato dalla "massima sicurezza" e irrigidito da nuove paure in precetti proto-progressisti scientificamente certificati. Tra rare sacche di intelligenza si trovano strani ripiegamenti, desiderio di disciplina e chiusura, dove riflettere sui campi umani poco graditi sembra essere sinonimo di disagio personale e stigmatizzato come poco fruttuoso e utile. Non resiliente insomma, ancora troppo patologico. Laddove si vuole portare l'attenzione su aspetti problematici la parola d'ordine sembra essere "Dai il tuo contributo e non criticare", una specie di out-out alla riflessione, un chiudere gli occhi là dove le cose si fanno troppo  oscure e complicate per potervi trar fuori delle conclusioni veloci, utili ed efficaci, non postabili sui social.  

Rispondendo idealmente ad alcuni brani tratti da un breviario di Gianrico Carofiglio, nel suo libro Walter Siti scrive: 

"Io penso che la letteratura possa spingerci all'odio, degli altri e di noi stessi, e possa arrivare a farci dubitare di qualunque verità; che serva a mettere ordine nel caos e caos nell'ordine. Politicamente la letteratura è sempre inaffidabile. Mentre per un politico scatenare l'irrazionalità è pericoloso, e per un giornalista l'ambiguità è un vile difetto, la letteratura invece si fonda sull'ambiguità, sull'ambivalenza (detesto/amo, sono io/non sono io), e sulla suggestione irrazionale. La metafora, che in un comizio vale come esortazione mirata, è nella sua essenza un falso sillogismo (...): il pensiero emotivo è illogico per definizione ed esclude che un poeta (ma anche un romanziere) Possa essere fino in fondo responsabile delle parole che usa e dei personaggi che inventa. Quando Carofiglio dice che "il messaggio implicito e potente dei populisti è non devi vergognarti dei tuoi sentimenti più oscuri", noto che la stessa cosa viene detta implicitamente da molta grande letteratura, da Lacklos a Dostoevsky, da Racine a Nabokov, da Sandro Penna e Brett Easton Ellis ed oltre. L'oscurità dell'inconscio, personale e sociale, è un pozzo senza fondo al quale attingono sia i messaggi d'odio che gli scandagli di conoscenza. Se gli scrittori non vogliono che il loro impegno si riduca ad una forma di populismo buono da opporre al populismo cattivo, devono fare attenzione a non dare priorità, nei loro romanzi, a troppi messaggi esortativi o pedagogici."

Questo è solo uno dei tanti passaggi interessanti del libro di Walter Siti che può aiutare a fare chiarezza tra la necessità di impegno e ricerca artistica. In tal senso, la necessità e il legittimo desiderio di sentirsi impegnati e integrati nella società può essere castrante per se stessi e per la propria esplorazione artistica, oltre che deleterio per la conoscenza dell'animo umano e della psiche propria e collettiva. L'artista può patteggiare per un partito, ma non può farlo la sua arte: l'arte deve essere libera da questo. All'artista servono gli strumenti culturali giusti per orientarsi negli abissi e ritornare a galla, carico di tesori enigmatici, ma non può essere il faro per la bontà morale di un epoca. Questo lo scrivo in primis per me stesso, perchè mi sento meglio quando sono sgravato dai pesi che la cultura vorrebbe farci usare. 

Non ho voglia di manifesti o di sentirmi parte di un movimento o di un gruppo. Voglio essere nel presente con la mia libertà emotiva, e se non avrò chiarezza vorrò comunque essere senza sentirmi obbligato ad esserci. Il libro di Walter Siti offre tantissimi altri spunti di riflessione, e trova il modo di approfondire più specificamente su vari aspetti della cultura contemporanea e della letteratura. Cercare di riassumerli qui sarebbe troppo difficile. Spero che quello che ho scritto sia suggestivo e possa suggerirvi di comprarlo. 

L'arte rivela. Non è una sedia da dentista, non è lo strumento di una comunità, non è la cassetta magica dell'operatore culturale. Fare arte non è rilassante, a volte può esserlo ma a volte può essere faticoso, e quello che porta a galla non sempre è gradito e riconosciuto. Perciò non bisogna pensarsi come "operatori culturali", ma piuttosto come delle sonde, esseri sensibili che vanno a pescare laddove nessuno può arrivare, e ciò che pescano nessuno sa esattamente che forma abbia, nemmeno il pescatore. 


ZEITGEIST.


In questa necessità di fare chiarezza tra la libertà dello spirito espressivo, il desiderio di essere/esserci e la gratificazione di essere riconosciuti per il proprio "impegno", mi sento di accennare qui brevemente ad una parola che qualche mese fa ho casualmente letto su Facebook (a proposito, dettaglio non trascurabile: ho abbandonato Facebook) e il cui significato sono poi andato ad approfondire su Wikipedia: questa parola è Zeitgeist, una parola tedesca che concettualmente viene tradotta come "Lo spirito del tempo". La nostra fiducia nella democrazia e nell'emancipazione dell'individuo, nel progresso tecnologico, nell'ecologismo impegnato e quel senso di partecipazione ad una società più giusta e più ecqua che sembriamo ricavare anche semplicemente consumando un veg-burger o comprando una confezione di biscotti A km zero imbustati con materiale biocompostabile ci ha fatto dimenticare lo Zeitgeist. 

Come l'ego è lespressione irrigidita della persona, allo stesso modo lo Zeitgeist esprime il nucleo di una società e del suo tempo. Non siamo fatti di democrazia, ma di tensioni politico-emotivo-ideologiche. L'arrivo della pandemia credo che abbia portato alla luce prepotentemente lo spirito dei tempi che stiamo vivendo. La democrazia non nasconde o scioglie lo Zeitgeist, permette semplicemente a tutti di parteciparvi e di esserne più o meno schiavi o più o meno orchestranti. Non si tratta di decidere se far parte dell'orchestra o subire passivamente lo spettacolo, non è qui che trovo il mio equilibrio e la mia soddisfazione: si può uscire dal teatro e andare dove lo Zeitgeist non arriva, per sentire gli umani che siamo, e come artisti essere emancipati dalle influenze più deleterie che la cultura o Zeitgeist dei nostri tempi esercitano sull'individuo, come i lunghi tentacoli di un polipo o un grosso ragno dalle mille zampe. Bisogna riconoscerlo e studiarlo, non per farne un nemico contro cui lottare o per migliorarlo, ma esaminarlo come il mare nei differenti stati atmosferici; può essere bello e affascinante, schiumoso o inscrespato da bianche scremature, piatto a perdita d'occhio, infinito nella bonaccia, ma i suoi flutti possono diventare i nostri peggiori nemici, sommergerci e ucciderci. 

sabato 6 marzo 2021

Una Domenica in paradiso (con gli extraterrestri). Tra centrali termoelettriche e vecchie torri.













La Scorsa settimana ho deciso di andare a fare un giro alla Pelosa, di cui si sente parlare così spesso, che è una località di mare che si trova nel nord Sardegna. Precisamente nella punta Nordovest dell'isola, di fronte all'isola dell'Asinara. Mi piaceva l'idea di andare in un posto così lontano, in una zona di "confine" e in una stagione dell'anno inusuale per le gite.  

Era da un po' di tempo che volevo recarmi in questa zona, in cui non ero mai stato, anche perchè l'altro luogo che volevo visitare che vi si trova è la miniera dell'Argentiera. In realtà la distanza tra la Pelosa e l'Argentiera, anche se apparentemente vicine, può essere percorsa in 40 minuti di macchina, che non sono affatto pochi, perciò in questa gita ho tralasciato l'Argentiera e ho passato il mio tempo esplorando la parte più rocciosa della località, facendo foto, gironzolando per le spiaggette e osservando le persone mentre passeggiavano sulla riva del mare, che molto bizzarramente indossavano la mascherina nonostante non vi fosse alcun tipo di affollamento. Vedere queste persone vestite di tutto punto e col volto coperto passeggiare in quell'ambiente paradisiaco e selvaggio era una visione abbastanza straniante, mi sembrava di essere atterrato su un pianeta sconosciuto invaso da strani visitatori extraterrestri che si aggiravano tra rocce e spiaggette prima di riprendere le loro astronavi e far ritorno ai loro mondi lontani. 

Per arrivare alla Pelosa si passa da Porto Torres e Fiume santo. Ci si trova perciò a fiancheggiarne l'agglomerato industriale. Si passa molto vicino a degli enormi silos affondati tra avvallamenti di terreno e campi di carciofi, e poco dopo appare la gigantesca centrale termoelettrica di Fiume Santo, che è veramente sorprendente, e mi ha decisamente affascinato: sembra una enorme base scientifica e ha un aspetto piuttosto moderno, molto diverso dall'aspetto "inquinante" delle classiche industrie. Ho cercato di avvicinarmi per fare delle foto cercando stradine laterali,  ma l'accesso in macchina non era consentito, e non avendo molto tempo a disposizione mi sono accontentato di fare qualche foto da lontano. 





Dopo un malsanissimo tentativo di disegnare dal vero la Torre della Pelosa da una postazione scomodissima (ero in mezzo a delle rocce piuttosto appuntite, seduto stortissimo e torcendo il busto e il collo, col vento che cominciava a rinfrescare) ho deciso di fare un ultimo giretto verso le spiagge e poi tornare a casa. Sulla via del rientro, poco dopo aver oltrepassato Stintino, ho visto una sorta di vecchia ciminiera in lontananza, ho pensato che potesse essere la tonnara che avevo notato sulla mappa, perciò ho deciso di avvicinarmi per visitarla. Cercando informazioni su internet avevo saputo che il complesso della tonnara è stato comprato da una impresa della Marcegaglia ed è stato trasformato in un resort che adesso si chiama per l'appunto "Le tonnare village Marcegaglia". Ho cercato di raggiungere il posto, che ovviamente era munito di sbarre e cartelli di avviso di proprietà privata etc. ma ero troppo attirato da una strana torre che si trovava proprio sulla battigia a qualche centinaio di metri di distanza, circondata dal mare, dalle acque stagnanti, da una spiaggia invasa di alghe e dalla tipica vegetazione delle zone salmastre. Il paesaggio e la posizione inusuale della torre, che era accompagnata da una costruzione mezzo diroccata, mi incuriosivano troppo, per cui ho deciso di lasciar perdere il tonnara village e provare a raggiungerla. Supongo che fosse una costruzione appartenente al complesso della tonnara. Il paesaggio era molto bello, dismesso e malinconico, il vento soffiava sulle onde invocando gli spiriti di lontane epoche mesozoiche, mentre gli spettri della lontana centrale di fiume santo echeggiavano il loro potere oscuro sul paeseggio desolato. Poco distante dalla vecchia torre vi era una piccola struttura di sapore balneare che non so se dovesse fungere da rimessa attrezzi, chiosco bar o bagno pubblico, con un pattìno parcheggiato di fronte e la modesta scritta "Molo 18". Dunque la massa degli invasori estivi arrivava fino a lì? Ho pensato chi potessero essere i frequentatori di quella spiaggia stracolma di alghe, nascosta dal fango delle saline, fatta di grossi chicchi pietrosi e pezzi di conchiglie frantumate, patelle, arselle e bocconi smangiucchiati, ho dato un ultimo sguardo alla lontana centrale di Fiume Santo, ho attraversato il ponticello sopra lo stagno e mi sono diretto verso la macchina, pensando che sarebbe stato bello ritornare, gironzolare di nuovo, perdermi nei pensieri, lasciarmi affascinare da paesaggi sconosciuti, fare foto e dipingere, o annoiarmi e basta.










Foto riprese con Canon eos 550d e Iphone SE.

martedì 5 gennaio 2021

Disegni e studi di Dicembre e Novembre.




Dopo la pioggia, Sa Rodìa. (penne e pennarello su carta da zucchero. Soggetto realizzato in più giorni di lavoro)


Questo mese di Dicembre ho dedicato diverse sessioni allo studio di soggetti dal vivo da portare a termine in tempi brevi (un'ora e mezza al massimo) e da realizzare in bianco e nero, che è uno stile che mi piace molto. Difatti, solitamente quando esco a disegnare rimango di fronte al soggetto per tutto il pomeriggio o la mattina, vale a dire per almeno tre ore o più, e mollo la presa solamente quando la luce è drasticamente cambiata. Proprio per questo motivo e perchè, avendo iniziato a lavorare full time nel mio ordinario lavoro, non avendo molto tempo a disposizione, ho deciso di dedicarmi a lavori della durata massima di un'ora - un'ora e un quarto circa. L'idea non era tanto quella di fare uno schizzo, ma di approcciarmi al lavoro con la convinzione di finirlo in tutto e per tutto dopo quell'ora, ovvero cercare di creare una sintesi e rendere l'impressione migliore possibile del soggetto scelto. 


Dopo la pioggia. I cipressi del cimitero (soggetto realizzato dal vivo e terminato in studio)


Per me che sono abituato a iniziare un lavoro senza sapere quanto tempo ci metterò ( solitamente si tratta di giorni ) questo approccio risulta piuttosto difficoltoso e ostico. Solitamente quando inizio uno studio con l'idea di finirlo entro breve va sempre a finire che ci metto comunque dei giorni a terminarlo, perciò quello che inizia come "schizzo" diventa poi un lavoro a tutti gli effetti. Questa volta però, complici anche le tempistiche in cui ero costretto, sono riuscito a fare diversi studi in breve tempo. Il risultato non sempre è soddisfacente, ed in ogni caso gli schizzi lasciano sempre un po' di "sporcizia" nella loro superficie, tuttavia questo approccio, che ritengo più appropriato definire col nome di "studi" più che schizzi, ha una grande componente istruttiva, soprattutto perchè permette di uscire dal proprio "schema di lavoro" dando l'opportunità di scoprire cose nuove sul proprio segno.


Il fungo di Sa Rodìa (studio pleinair, tempo di esecuzione un'ora e un quarto circa).

Per esempio, le canne di questo studio sono venute bene, le ho realizzate con una brush pen a inchiostro
su carta semi-ruvida.




Città Giardino vista dal parcheggio (studio pleinair, tempo di esecuzione un'ora e un quarto, circa).

Solitamente per rendere le chiome degli alberi e l'erba utilizzo una serie di tratteggi realizzati con penne di varia misura, ma, date le tempistiche che mi ero dato, per questo soggetto ho optato per un più veloce tratteggio continuo piuttosto nervoso e disturbato, che tuttavia rivela una buona coerenza e carattere espressivo che mi ha lasciato abbastanza soddisfatto, sia nel piacere dell'esecuzione che nel risultato estetico.

 










Altri cinque studi, tutti pleinair. C'è anche l'immancabile sarda perlite realizzata su un pezzo di carta di fortuna. A fine Novembre era ancora piuttosto caldo e in spiaggia, da dove ho ripreso la SP, si stava benissimo.




Chiudo questa rassegna con l'ultimo pleinair, che ritrae uno dei palazzi più grossi che abbiamo ad Oristano, e che mi pare anche un bel palazzo, dinamico, movimentato, ben progettato. 
Realizzato solo con pennarello grigio, in circa un'ora e mezza di tempo, pur rappresentando una struttura geometrica fissa, mi pare di essere riuscito ad esprimere un bel segno e il bel gioco vivo di luce/ombra autunnale. Era una bella giornata di sole e una volta terminate le ombre primarie col  pennarello ho deciso di lasciare così il lavoro perchè sentivo che se avessi usato delle penne nere avrei corso il rischio di appesantire il disegno, tanto più che tutto il palazzo è verniciato di un leggero color terra/ocra. Inoltre era tardi e il sole si avviava al tramonto, perciò lo studio era necessariamente concluso. Se avessi avute delle penne al feltro colorate (avevo lasciato l'astuccio a casa) avrei rivitalizzato il punto del palazzo in cui erano stesi un po' di abiti colorati.
Non escluderei del tutto l'ipotesi di realizzare in futuro un bel dipinto a olio, a colori, di questo stesso soggetto.

Buon anno a tutti. 






sabato 19 settembre 2020

Due parole su come ho reagito ( a come hanno reagito le persone ) alla pandemia.

Qualche tempo fa ho scritto un post prendendo come spunto il caso Bocelli. Avevo scritto che anch'io mi ero sentito umiliato e offeso. Dopo le reazioni che ho suscitato (ovvero come se avessi bestemmiato nudo dentro la chiesa di San Pietro ) ho però cominciato a domandarmi se davvero mi fossi sentito così quando il Lockdown è stato emanato. A volte è difficile dare un nome a ciò che si prova, e in casi eccezionali come questo lo è molto di più e una parola spesso non basta e nemmeno una chiacchierata e forse nemmeno un giorno di terapia. Perciò sarebbe bello se potessi parlare serenamente di questo e sopratutto senza tendere a schierarmi da nessuna parte o voler confermare tesi, difendere approcci, o cercare conferme, ma se lo faccio è perchè è un fatto umano e anche utile alla società e a noi stessi. Perciò, siccome persino il Lockdown non è stato come una bomba esplosa da un momento all'altro, allo stesso modo i miei umori verso pandemia, quarantena, dispositivi e norme di comportamento etc. hanno seguito l'andamento della pandemia e dei vari decreti emanati. Perciò voglio adesso qui provare a riassumere come ho vissuto un po' tutto quell'arco di tempo.
All'inizio, quando si parlava del Covid ero scettico sulla sua gravità, e mi sorprendeva vedere come tutti seguivano la cosa e cominciavano ad allarmarsi e prospettare scenari che mi sembravano assurdi. Poi sono finito pure io in una specie di autoquarantena perchè un mio amico era stato male e avevamo avuto contatti e allora finalmente mi sentivo parte di quello che stava succedendo, mi hanno pure portato la spesa in casa, come si faceva a Milano o Bergamo, cioè eravamo dei casi da tenere sott'occhio, roba serissima.
Poi ci sono state le prime chiusure e quindi il lockdown e tutte le limitazioni e pensavo che fosse strano che i supermercati non chiudessero il sabato e la Domenica. Ero tranquillo anche se sempre scettico e non capivo la paura e l'allarme. Mi costruivo delle cretinissime mascherine con la carta da forno e pensavo "ma perchè cazzo queste mascherine non le fanno indossare a tutti?" Difatti, poichè le mascherine non erano obbligatorie e manco se ne parlava granchè nonostante il virus fosse ormai diffuso, sviluppai l'idea che le mascherine contribuiscono sì a non diffondere il virus, ma fino a pagina 2, per motivi che non starò qui ad approfondire. E tutt'ora lo penso. Perciò quando i vari sindaci che non sapevano che pesci pigliare, dopo due mesi che si parlava di questa benedetta pandemia, si sono svegliati cominciando a emanare leggi sull'utilizzo delle mascherine, la cosa mi ha preso male e la mia impressione fu che l'obbligo di mascherina non fosse altro che un surplus normativo deciso dai politici solo per far vedere che stavano facendo qualcosa per i cittadini. Ad ogni modo, per il famoso, adorato e quasi dogmatico principio di precauzione, le uso come le usano tutti, anche con una certa gratificazione, tutto sommato. Poi, e qui arriva il bello, il Lockdown è diventato sempre più serrato: chiusura di parchetti, chiusura delle sezioni di cartolibrerie e scolastica, varecchina per strada, mascherine all'aperto guanti etc. Queste notizie mi prendevano molto male. Poi la botta: non si può uscire di casa se non entro i 200 metri. E lì mi sono girato di coglioni. Ma molto, e ora lo posso dire, e quindi correggere il tiro rispetto a quanto ho boccellianamente detto, che mi sentii, tra i vari e contrastanti sentimenti, anche sopraffatto e impotente. Non ero più quello che si faceva le mascherine, era quello che doveva stare in casa. E tutte le menate sulla solidarietà, sul prendersi cura dell'altro, sulla paura dei cittadini, per me erano e sono menate televisive. Tutto questo lo faccio perchè sono un buon cittadino, non una brava persona. Beh si, forse sono anche una brava persona in fondo, ma...a questo punto sorge una domanda filosofico-antropologica: dove inizia la persona e dove comincia il cittadino? Mamma mia... questa è una bomba di domanda eh... quindi ora potrei dedurre di me stesso che sono uno stronzo insensibile, ma sono un buon cittadino. Ai posteri l'ardua sentenza. Ma ritorniamo al sentimento di sopraffazione, a quei duecento metri che dovevano essere il nostro spazio vitale. Io, che vivevo in un paesino di 1000 abitanti e che avevo la campagna a 200 metri, dove, anche quando non esisteva il coronavirus, non c'era anima viva per le strade, adesso non potevo uscire e farmi i SACROSANTI CAZZI MIEI.
A tutt'oggi, tutte le risposte che mi si danno a motivazione di questa disposizione e il fatto che fosse una cosa temporanea continuano a lasciarmi perplesso su quale ruolo e in quale tipo di gratificazione debba soddisfarsi un cittadino obbligatoriamente confinato nei duecento metri adiacenti la sua casa. Dopo questa misura restrittiva ho cominciato più seriamente a interrogarmi sulla libertà e se lo stato è in grado di privartene, se ce ne abbiamo una e dove la nascondiamo e come dovrei farne uso. Credo che le risposte a questo siano molteplici e mai definitive o completamente soddisfacenti. E' bello parlare di libertà quando lo stato te la garantisce, ma quando lo stato decide di usarla in virtù del fatto che te la garantisce, parlarne non fa più tanto piacere ma diventa una roba molto seria, per questo motivo, qualcuno preferisce concepirla come un illusione o come un condizionamento e circoscriverla unicamente al campo spirituale. Credo che la libertà abbia a che fare coi sentimenti e con la responsabilità individuale, oltre che con le leggi dello stato. Con me non funziona la frase spirituale "Tu sei libero se lo vuoi". Con me funziona la frase: "tu stai male e molto". Mi rende più libero. Tornando al lockdown : quando le misure si sono allentate ovvero quando si è ripreso a poter uscire oltre i 200 metri, anche se non si poteva andare negli altri comuni a fare la spesa, allora mi sono tranquillizzato di nuovo. Ma il malessere mi sorgeva e mi sorge tutte le volte che guardavo telegiornali o scrollavo FB e sentivo gente esortare"gli stolti" a usare le mascherine quando non a offonderli. Ovvero 20 ore su 24. Ecco questo in sostanza è quello che ho provato. Ora mi sento meglio, mi sento più confuso di prima, dunque sto bene.



martedì 28 luglio 2020

Libertà e disagio da pandemia.



Edouard Levè, serie "Quotidien".


Anch'io mi sono sentito umiliato e offeso da alcune misure contenute nel Lockdown emanato dal governo per contrastare il diffondersi del virus. E anche dall'atteggiamento di buona parte dei cittadini. Non solo; mi sono sentito impotente, completamente inutile e anche un po' idiota, e a volte mi sono sentito anche un privilegiato. Ma anche un po' come uno che si nasconde in attesa che...boh. Certo non sarei mai andato a dirlo ad un convegno di negazionisti organizzato da Sgarbi.
E' dura la vita di noi che ci sentiamo umiliati ma non troviamo nessuno di convincente a confermarci che viviamo in un sistema totalitario e che propaganda, conformismo e paura hanno preso il posto dell'informazione e dei normali scambi umani. Perchè puoi anche avere quell'impressione, suscitata ogni giorno dalla visione di TG, stampa, contatti FB, amici che la pensano in un certo modo o amici che non la pensano affatto,  parenti o amici pronti a condannare, offendere e giudicare severamente o peggio esprimere rabbia  e frustrazione verso chi "non segue le disposizioni". Ma, se quelle impressioni non sono confermate, o condivise, restano appunto quello che sono: impressioni, che sono comunque parte della tua personalità, e vanno coltivate, espresse, rispettate.


Edouard Levè, serie "Pornographie"


E' dura la vita di noi che ogni giorno non riusciamo a rinunciare a uno scroll su FB e assistiamo a cascate di bempensantismo umanitario, moralismo regressista, realismo orwelliano e solidarietà fondamentalista.
Si dirà, come ho detto, che è solo una impressione personale. Si tireranno fuori numeri, statistiche, studi scientifici. Si dirà che le informazioni ci sono, si dirà che i media sono sì corrotti, ma che lo sono da sempre, che è la fisiologica corruzione dei media e che nel complesso esprimono un sostanziale equilibrio democratico. Si dirà che i morti ci sono, si dirà che i contagi ci sono anche se la carica virale è bassa e allora si evocheranno Bergamo, Milano, le sirene, l'esercito con le bare. Si dirà che Orwell ci ha fatto male, che abbiamo letto troppi romanzi distopici, che stiamo travisando tutti gli insegnamenti che fin qui abbiamo tratto dai libri e dalla tradizione democratica, che mettere in gioco la libertà in una condizione come questa è fuorviante e fuoriluogo, esagerato. Si dirà, in sostanza, che bisogna avere pazienza.


Edouard Levè, serie "Pornographie".


Quanto è dura la vita di noi persone impressionabili e un po' egoiste che pensiamo troppo semplicemente al concetto di Libertà e democrazia. Che sembrano essere diventati più dei concetti che dei valori: ognuno, grazie anche ai social è libero di esprimere la propria opinione. Passiamo più tempo a esprimere opinioni che a esprimere libertà. L'opinione è sopravvalutata. Credevo che un valore desse maggiori certezze, o quanto meno delle basi. Sembra che non sia così. Sembra che la libertà sia troppo poco importante per essere motivo di disagio.
Dunque che importa se mi devo mettere la mascherina o devo stare chiuso in casa? Che importa se ho paura di abbracciare quella tal persona o se quella persona ha paura di abbracciare me? Che importa se devo mantenere la distanza di un metro da chiunque? Che importa se oltre a essere considerato un consumatore sono considerato anche un portatore di malattie? Finchè posso beatamente esprimere tutto ciò che penso attraverso i social comodamente seduto nella panchina di un centro commerciale climatizzato, o nelle chat su WAzzap, nei ritrovi su Zoom, che importa? Si dirà che è solo un condizionamento, un'abitudine come un'altra, che tutto questo è per il bene del prossimo, per il bene dei tuoi cari, dei tuoi amici, dell'anziano 80 enne, e che per il proprio bene c'è sempre spazio, ma da qualche altra parte.


Edouard Levè, serie "Reconstitutions".


Edouard Levè, serie "Reconstitutions-Reves reconstitués"


Quanto è dura la vita di noi a cui piacerebbe avere la conferma che questa è una dittatura tecnomedicalizzata, che la libertà non è più un valore fondamentale, che l'umanità stessa è degradata a sentimenti di controllo che opprimono la libertà personale, e che ora tutto questo, a causa dell'emergenza, è pericolosamente incoraggiato quando non obbligato dalle istituzioni. Si dirà che ognuno è padrone della propria umanità, si dirà che qualche norma di comportamento non pregiudica i sentimenti umani, si dirà che qualche cambio di abitudine non ci precipita negli abissi del totalitarismo.
Forse so cosa è la libertà. Forse. Non fingo di conoscerla. A parte l'amore profondo e la bellezza, che ritengo la base di qualunque cosa, si può essere liberi in qualunque condizione, a patto che ci si assuma la responsabilità di rispettare i propri sentimenti, e di conseguenza quelli degli altri, non per essere dei buoni cittadini, per benpensare o cercare qualche forma di integrazione, ma per poterli esprimere partecipando con pienezza e senza soggezione alle esperienze che la vita ci porta. Anche con carattere contestativo, dissidente o utopico, tutti atteggiamenti che sembrano così essere "fuori moda" oramai, ma che, oltre a rappresentare una parte importante dell'attitudine psichica, potrebbero tornare ad essere parte importante nei meccanismi di ripresa culturale e democratica di un paese.

mercoledì 29 aprile 2020

Fattorie e cieli.





Questo dipinto l'ho realizzato lo scorso anno in occasione della mostra organizzata a Villanova Truschedu. C'è poco da dire, è venuto piuttosto bene. E le aziende agricole sono un mondo interessante da esplorare perchè sono un miscuglio tra natura, meccanica, ordine e caos. Galline, maiali, cavalli, cani, gatti pecore, capre, vacche, odori rumori e tutto ciò che si muove in questo mondo lì lo puoi trovare. Quindi per un certo periodo ero interessato a trovare soggetti di questo tipo ma il problema è che devi avere il permesso di entrare, e siccome io quando cerco un soggetto mi prendo parecchio tempo e rimango due ore a gironzolare osservandomi attorno, curiosando, facendo foto, e magari a volte non trovo neppure il soggetto e dunque non dipingo, allora sono in imbarazzo prima di decidermi a chiedere di poter entrare in una fattoria perchè penso che mi guardano stortissimo. Ad ogni modo quella volta tra Villanova e Ollastra, nelle due aziende che mi hanno ospitato sono stati molto gentili e non mi hanno guardato storto. Rimane sempre un po' di timidezza lo stesso.




In questi giorni a causa della quarantena ho dovuto dare un taglio al mio desiderio "psicogeografico" di esplorazione dei luoghi e mi sono concentrato su un soggetto che ormai da tempo stava attirando il mio sguardo: il cielo. Il Cielo è fantastico. Ne ho già parlato se non sbaglio, ma ne parlo di nuovo.
Poichè la pittura ad acquerello comporta una serie di sorprese ed effetti (quasi) incontrollabili, e poichè volevo in qualche modo padroneggiare la concretezza del colore per rendere la sensazione di spazialità e vastità trasmesse dal cielo, già da tempo avevo intenzione di provare ad utilizzare i colori ad olio. Cosa che sto facendo. La pittura ad olio è molto diversa da quella ad acquerello. Per iniziare ho comunque fatto alcune prove dal vero cercando di terminare il lavoro entro due-tre ore. Adesso sto provando a fare una prima mano, attendere una settimana che il colore si asciughi e continuare con una seconda mano cominciando a dare carattere al lavoro, per poi eventualmente riprendere con passaggi o ritocchi successivi. Sono ancora in work in progress, quindi questa metodologia è ancora tutta da esplorare e rivedere, ma più o meno, adesso lavoro in questa maniera.






Non potendo uscire per comprare tele, avevo una sola grande tela che ho suddiviso
i cinque parti, per esercitarmi su dimensioni ridotte, nelle quali mi trovo maggiormente a mio agio.
Il lavoro non è ancora terminato, come potete vedere.

Grazie all'olio inoltre si può cominciare a percepire come anche la tela e la pasta cromatica abbiano da parlare. Questa per me è una grande scoperta. Bisogna anzi trovare il modo che la tela e la pasta parlino insieme a te, e certe volte dicono più loro di te. Non posso però dire che sia solo la tela a parlare: perchè se è vero che senza lei non esisterebbe il miracolo della pittura, sono io che decido che pennello usare, che tela usare, e per quanto tempo devo lavorare, ecco perchè mi piace dire che io comunico alla tela e lei comunica con me per dire qualcosa a tutti, per scoprire qualcosa. Questo è un percorso lungo e non bisogna avere fretta. E' bello scoprire cosa la tela voglia dirmi in due ore, ma è altrettanto bello, con calma e pazienza vedere se la tela mi può parlare anche nei giorni successivi, scoprire se posso dirle qualcosa, e a volte questo sembra davvero difficile, a volte sembra terminato, altre volte si scopre che il fascino di un lavoro deve ancora essere scoperto. I cieli in particolare sono estremamente difficili perchè hanno minime varianti cromatiche e la loro grandiosità, la vastità che comunicano è difficile da riportare.
Sono combattuto tra lavori di lunga durata e lavori brevi, ma credo che in fondo i due approcci si compenetrino. Sicuramente per i lavori di lunga durata, ai quali mi ero disabituato, essendo che lavorarvo prevalentemente dal vivo, ci vuole pazienza e costanza e una certa disciplina. E pocihè mi sto in qualche modo abituando o comunque approcciando al lavoro "in live", all'improvvisazione, al flusso (anche in scrittura per esempio), i lavori di lunga durata li trovo più faticosi ultimamente. Beh. Questo è quanto.
Grazie dell'attenzione.